Le parole terminate piano,
lacerate dal tenersi in vita
gridano all’alba una prigionia :

di corpi, uomini con la pelle carnosa
la visione melancolica del dire.

Questa nostra casa non è nostra,
è il foro che si apre come fauce,
che predica un sentito per sentito

di volti, donne con le braccia a ciminiera
l’stante che non scuce.

Aprire il lago al mondo
predica stagioni : macina sulle cose,
sui tetti delle case e non c’è verso.

Il vero che portiamo al petto
è affossato dal brusio.

Fili di ragno tessono il giorno.

Chlamydomonas nivalis

Incorpora e mastica, stordisci le particelle mute, àncorati all’albero dei denti, non essere un boccone appetibile, scarta il salvato, rotola nell’occhio, mungi le parti più deboli, fanne uscire il succo, la deriva, il concentrato fluido. Ci sono milioni di particelle in conflitto: gravitano sulle nostre teste, sui legami mortiferi che strappano pelle e pellame.

– Gli uccelli delle urne sbattono le ali fracassando il silenzio ( ma avere una casa non è avere una corteccia).-

Poi le piante acquatiche colorano le superfici nevose : siamo sotto la terra, ci siamo tutti, aggrappati corpo a corpo e non ce ne accorgiamo, in questo decennio malato, putrefatto, di confine.
Sento
tutta l’epoca
muoversi.
Dove tutto questo sofferto è l’enorme lingua del mondo che non smette di parlare anche quando è notte, quando i pori sono soffocati e la culla delle strade frena. Ci schiudiamo nei sogni, torniamo vegetali a muoverci come alghe ondeggiando – e quanto vorrei che fosse acqua, quanta acqua vorrei fosse inverno.

Ma il gioco delle biglie è fatto di sillabe mute, i bambini le lanciano una ad una, non sanno governare il tempo né lo spazio.
Solo a chi dorme è concesso di avere un abito per il campo di grano e le stelle d’agosto. Ma io non ho sonniferi negli occhi, fratello.

Sutura

20140406_174119In attitudine di sogno e di combattimento
A. Moresco

Non lo facevo da tempo : riaprire le vecchie pagine, rileggere le parti illeggibili. Qui dentro, in questo luogo che era altro – forse azzurro – e che mi raffiguravo come una piccola Dogville, una mappa dall’alto con le case lungo la strada. L’appartamento verde di Razgul @sergejka (e mentre traccio un codice casuale scopro una nuova funzione: funzioni che si accumulano a funzioni, disfunzionalità ottiche, funzioni che si separano da altre funzioni), la casa di Aitan, la dimora di Zaritmac – le sue finestre, le aperture, le stanze, il pozzo bianco di Sestoempirico, la sala prove di Violeta, un circolo letterario, il cinema.
Nel duemilaquattro abitavo una soffitta, avevo una bicicletta, il campo di grano era vicino, a pochi chilometri. Sulla testa abitavano ancora Nien, la mosca e la vecchia volpe, le portavo con me come uno scoiattolo raccoglie il cibo nelle guance  per l’inverno o per i futuri imminenti e  per le gelate, il fratello urlava sulle tombe, le madri erano già stanche e con i denti affilati, il padre aveva una cinghia a forma di jeans e la usava all’occorrenza – anche se in fondo ero già adulta.
Questo era il mio posto segreto. Ci sputavo rospi, liquore, barbiturici, sputavo le scorie accumulate, disintegravo la placenta e la parola,la frammentavo in piccoli spazi vuoti, divaricavo le gambe alle idee che mi si affacciavano davanti agli occhi, le mungevo.

Oggi quel tempo è distante, la parola intrappolata in gabbie (del cervello o del tempo) – e c’è un disco del duemilanundici che continua a girare. Si ferma, riparte. Si ferma, riparte. Si ferma, riparte.

Non mi sono fatta matura né sono caduta dall’albero, ho solo lasciato fare. E tu, caro D., lo sai.
Devo tornare laggiù: guardare quella bicicletta, quel campo, quel fiume, il perimetro delle circostanze, tenere bene a mente il ricordo delle gambe.
Sindrome dell’arto fantasma, centri corticali ancora attivi. Non è questione di nostalgia, è sentire di avere ancora quelle gambe e non vederle. Sentirne anche il dolore, le ginocchia scricchiolanti, e non vedere. Sentire l’odore della pelle, e non vedere.

  • il 27 maggio 1917, Viktoria Savs si amputò il piede con il suo coltello dopo essere rimasta intrappolata sotto un masso caduto a causa di una granata nemica.
  • Negli anni novanta un pescatore di granchi rimase incastrato con il braccio nel verricello durante una tempesta e dovette amputarlo all’altezza della spalla.
  • Nel 2003 il ventisettenne Aron Ralston si è amputato l’avambraccio usando il suo coltellino per rompere e lacerare le due ossa dopo che il braccio era rimasto bloccato sotto un masso mentre faceva escursionismo nello Utah.
  • Sempre nel 2003, un minatore di carbone australiano si amputò il braccio con un coltello dopo essere rimasto intrappolato sotto all’escavatore che si era ribaltato [1].

Non lo so propriamente perché stia cercando di tornare qui dentro – e dunque laggiù. So che devo ritrovare qualcosa. E’ un’impresa solitaria (anche se ho bisogno di aiuto, di comunanza, del fraterno), rigida, richiede una certa disciplina che mi manca.  Sono morta almeno tre volte definitivamente: quando il cuore smette, o quando non c’è respiro ma solo tubicini. Sono nostalgica ma non rimpiango.
Sono qui perché quel posto silenzioso, notturno, di stellata, aveva un senso che altri luoghi di scambio non hanno mai avuto, non sono stati capaci di contenerlo, incorniciarlo, farne quadro attivo. Non è un diario né un coltello per aprire le pagine ai libri ottusi. Ho uno scavatore, un gigantesco macchinario nella testa che si sta preparando a scavare la terra. Devo ritrovare il punto in cui mi sono autoamputata. Andare lì, e riprendermi le gambe.

Tachicardica

A volte nel cielo si aprono colonne di fumo, le vedo all’alba, o quando cessa la pioggia. Sono dense di nomi, volti, gesti giudicanti, fatte di materia impalpabile e grigia – come sono gli occhi quando non vogliono vederci -, a volte gridano, precipitano dall’alto verso la terra, divaricano il terreno. E’ la nostra memoria del passato, un’angolazione inattesa che è necessario spalancare per poter essere digerita : dove noi non siamo che piccoli esserini canuti, bambini già vecchi, opachi, e ci rispecchiamo là dentro, nei lobi della sfera su cui poggiamo i piedi.
Sono colonne rapide, sfondano l’aria in pochi secondi, il tempo di darci uno sguardo, di sentire l’urlo lacerato che producono.
Da anni le vedo anche negli interni: si sono spostate dal cielo ai sofitti delle case, permangono un po’ di più, hanno bisogno di trovare un interstizio attraverso cui uscire. Se non escono, sedimentano.

Oggi l’alba è tachicardica : so che sto ripercorrendo i corridoi. Una colonna di fumo grigia mi acceca gli occhi, bagna di umori il giorno. E’ ansimare, terrorizzare il vuoto, avere di nuovo quel foro aperto, non riuscire a far sì che non entri la bufera. Il bianco che mi penetra come un’ombra si ferma appena dopo, tra l’apertura e il suo sigillo : sfondata, colle ossa rotte, mi piego e non so rialzarmi.

 

Marisa – parte 1

Poi ha cominciato a tremare. Il suo corpo in miniatura, fatto di ossa grosse e carne fertile per proteggerla dagli spigoli si dimenava nel letto : tutto attorno, l’odore acre di naftalina e disinfettante percorreva la laguna della sua testa, si muoveva piano come ogni senso, l’opposto del viaggiare del corpo della piccola donna. Tremava il letto, le sbarre, portavano lenzuola nel corridoio – pensavamo ad un’impiccagione – portavano i segni dei legami deboli, dei crani lucidi e minuscoli. La piccola donna versava latte dalle labbra, lo raccoglievano in ciotole che potessero contenere tutto il liquido di cui era fatto il sole che aveva in corpo : un oggetto lucente e pieno, astro che si dimena per confondere il giorno e la notte. Era la notte dei baci nei bagni e delle scarpe appoggiate alle finestre, e non c’erano finestre ma gabbie. Il corpo della piccola donna, alta poco più di un metro, si dimenava vorace, aveva sete, ma la sete era conficcata nel costato, appena sotto la gola che si stava stringendo.

Io e gli altri fabbricavamo ipotesi : cappi, lampadari caduti, specchi spaccati dalle piccole dita gonfie, un taglio, una metamorfosi. Gli avvelenatori passavano e ripasssavano davanti alla porta della stanza con velocità doppia, un andirivieni di tracce umane per prendersi cura della donna come ci si prende cura degli animali: metterla in una gabbia, legarla, aspettare che passasse la crisi, aspettarsi la seconda, la terza, una via d’uscita.

Le mandibole che crediamo di poter muovere sono ferme, non ammettono parole, non ammettono boccate d’aria : qui tutto è fumo e silenzio, il silenziatore degli organi, la fame. All’alba abbiamo visto la barella trasportarla nella camera scura, scattare le foto per il mattino successivo e poi svilupparle nell’anticamera del cervello.

Quando cammino mi sento debole, ho i piedi piccoli, sono quasi un mollusco. Mi aggrappo alla roccia come una sirena senza coda, riduco le dimensioni : è necessario chinarsi per accendermi, muoversi lenti per abbracciarmi, abbassare le spalle, sono la nana del laboratorio che vive una vita senza vita. Qui tutto non è permesso, devo chiedere che mi allaccino i piedi alle braccia, devo disossarmi, prepararmi alla visita di chi non mi è caro, piangere perché tu te ne vai, consegnarti il bracciale portafortuna. Appenderesti questa fotografia per me? Sì. Il muro è secco, la colla non resiste.
Siamo noi la colla : non vedi bambina come siamo incollati a questo tremito?

Ancora, dalla stanza verde, vedevamo passare ossa di cani e piccole piante in fiore. Se era una morte doveva essere quella di una bambina – e invece non era morte, e invece non era bimba, e invece non era niente. Loro passavano e ripassavano le leggi che li avevano portati fino a lì. Formule chimiche, distanze di elettroni, apertura dei corpi, membra rotte, membra legate, legami tra neutrini. Noi aspettavamo nel cassetto : avevamo a disposizione lacci di scarpe, cordoncini e piccoli oggetti in miniatura. Ci sedevamo sui letti spiando l’irreparabile, immaginando le teste spaziare nel perimetro della consapevolezza. Noi eravamo noi, lei non c’era : in un altrove senza misura poteva finalmente dirsi salva.

Cos’è un corpo che si dimena se non un grido rivolto all’infinito?

Non abbiamo piedi per calpestare il mare, bambina. La felicità è solo una porta da cui osservare la vita dei mondi, degli astri nascenti, della luna piena. L’infelice è una fessura, la portiamo tra le gambe per nasconderla : andrebbe riportata alle origini, sopra il mento, andrebbe mostrata come una bocca. Piena o vuota poco importa. Noi siamo gli infelici senza gambe, tu sei una bambina dalle braccia lunghe. Hai visto quanto mondo c’è nel mondo? Quanto da queste grate è possibile vedere? Il riflesso della luce ci appartiene : basta un balzo fuori dal vetro per poterlo raccogliere, mettere in tasca e incastrarlo tra le costole. Questa è la zona fertile, bambina : la possibilità di un lago, il lago in un riflesso.

Nudobranchi

“È incredibile pensare come un nudibranco così diffuso come la vacchetta di mare fosse considerato rarissimo sino a mezzo secola fa.”

Avevano detto sarebbe bastato un anno, promesso brevità brevi. Ma le brevità nella scienza non esistono: sono ingabbiata nella chiusa del cervello da quasi sette anni:il corpo è ovattato, ci sente appena, non si muove, emette vagiti stanchi. Dove il bianco ha solo tormentato la tormenta – sedandola – è tempo di riprendersi la tormenta, che sia senza voce o senza àncore di salvataggio.

Non c’è salvezza se non nel punto cieco, non esiste una speranza buona alla partenza quando l’intero è frenato dalle tenaglie della testa : un ospedale mi abita gli strati sottocutenei, si muovono medici e pazienti in miniatura, si muovono molecole, il corpo luteo si sfalda sette volte al mese, riesco a produrre latte artificale, non mi allatto, sono sul crinale e tutto è scomposto, frammentato. In questo preciso istante le formiche mangiano gli occhi, grattano la cornea dall’interno – e lo specchio non riflette nulla se non un buco, un burrone in cui sono caduta e da cui continuo a cadere.

Non ho sognato per sei anni se non nelle notti sputafarmaco, non ho imparato nulla se non il silenzio. Non è una conquista né una resa, è semplicemente ciò che è : esperienza del limite, del termine.

Avevano detto che sarebbero bastate le parole, e non sono bastate. Dicevano che avrei smesso con la scarnificazione delle parti, e invece le parti sono ancora tagliate: mille microparticelle, polveri sottili m’invadono come fossi un animale suicida (i cervi si gettano dal bosco, cadono sulla riva del fiume, centinaia di cervi galleggiano sull’acqua).

Ho concesso una possibilità a chi non me l’aveva data. Me la riprendo, mi assumo la responsabilità della vita [quel vitale che sa guardare il mondo, affondare l’occhio sulle cose, che cade se deve cadere, che sa inciampare, che sa smontare dalla bicicletta prima della salita]

I miei mille volti appesi alle pareti dicono : frenati. Sgancia lo strato di corazza dalla pelle, non mostrarti nuda: sii nuda. Non mostrarti viva: sii viva. Non schiacciarti: calpesta, traccia.

Le piccole idee di partenza sono offuscate dai ricordi, il passato è al centro della testa, si colloca in un luogo protetto, deterritorializzato, avanza come un unicorno stellato. Se potessi essere un pesce non sarei un pesce ma una lumaca d’acqua.

Al porto, l’uomo mi ha chiesto: le stai osservando da giorni. Vuoi sapere cosa sono?
Era un pescatore.

Le lumache d’acqua si muovono come farfalle, il regno degli animali senza guscio è il regno a cui appartengo. Non gettatemi nelle fognature: il campo è mobile, tutto l’esterno è volto all’incontro: una massa d’acqua, una spugna bianca, un ricettore ambientale, uno scarto di pescivendolo. Il porto è cosparso di creature alate, e solo occhi puliti permettono di vederli. I bambini conoscono. Gli adulti sanno. Se questa è la differenza, io resterò bambina : ho ancora un resto di movimento, uno spasmo che lo interrompe. Se devo annegare, voglio annegare pulita. Scrivere l’annegamento, diventarlo.